La Tomba delle Lucciole: La Seconda Morte
Ho già menzionato quanto disprezzi la “disneyficazione” della narrazione, dove tutto deve avere un lieto fine, una canzone orecchiabile e un peluche da vendere alla fine. Se volete l’esatto opposto di quello spettro, se volete vedere un film che non vi dà solo un pugno nello stomaco ma vi strappa il cuore e lo lascia esposto agli elementi, guardate La Tomba delle Lucciole di Isao Takahata.
Spesso le persone classificano questo film come “quel film triste sulla guerra”. Si sbagliano. La guerra è solo il rumore di fondo, il palcoscenico su cui si svolge la vera tragedia. Questo è un film sulla morte dell’infanzia.
E non intendo la morte fisica dei bambini. Quella accade, e ti distrugge. Ma c’è una Seconda Morte che avviene prima che il cuore smetta di battere. È lo smantellamento sistematico dell’innocenza, il momento in cui la capacità di immaginare, di fidarsi e di giocare viene erosa dall’acido corrosivo della realtà.
Il Crollo della Protezione
In una società funzionale, gli adulti fungono da scudo. Si frappongono tra il caotico, crudo e crudele mondo e la fragile vita interiore di un bambino. In La Tomba delle Lucciole, quello scudo si frantuma completamente.
Seita, il fratello maggiore, cerca disperatamente di emulare questa protezione. Cerca di tenere in vita il “gioco”. Fa ginnastica per convincere la sua sorellina, Setsuko, che il mondo non è finito. Cerca di mantenere l’illusione dell’infanzia.
Ma gli adulti? La zia? Lei rappresenta la logica fredda e dura della sopravvivenza. Nel suo mondo non c’è spazio per il peso “inutile” della compassione o del gioco. Li spinge fuori non con la violenza, ma con la crudeltà passivo-aggressiva di chi ha già scartato la propria umanità per assicurarsi la propria sopravvivenza.
La Lattina Vuota
La storia dell’orrore più terrificante non riguarda fantasmi o demoni, è la scena con la lattina delle caramelle.
All’inizio, la lattina rappresenta la magia. Rappresenta lo zucchero, il sapore, l’ultimo legame con un tempo in cui la vita aveva un senso. Man mano che il film procede, le caramelle finiscono. Seita la riempie d’acqua per assaporare l’ultimo gusto di dolcezza.
Poi, la lattina viene riempita di biglie. Poi, sassi. Infine, contiene ossa.
Questa progressione è il diario visivo della loro infanzia che muore. La capacità di “giocare”, di immaginare che una biglia sia una caramella, è un meccanismo di sopravvivenza, ma alla fine, la fame diventa una realtà che nessuna quantità di immaginazione può risolvere.
Il Cambio di Nome: La Rottura Finale
C’è una tappa specifica nel film che colpisce più duramente del finale vero e proprio. È un cambiamento sottile nel linguaggio che segnala la fine del mondo.
Per gran parte del film, Setsuko fa affidamento su Seita. Lui è “Ni-chan” (Fratellone). È il fornitore, il protettore, il padre surrogato. Questa gerarchia è l’ultima vestigia di struttura nelle loro vite.
Ma quando la malnutrizione si instaura e la realtà del loro abbandono si solidifica, arriva un momento in cui la gerarchia si dissolve. Setsuko smette di chiamarlo “Fratellone”. In alcune traduzioni e momenti di delirio, si riferisce a lui semplicemente per nome, o gli parla come a un pari nella sofferenza.
Questo è il momento della Seconda Morte.
Quando smette di vederlo come l’onnipotente “Fratellone” e lo vede solo come Seita, un altro essere umano indifeso, l’illusione si spezza. Il velo dell’infanzia viene strappato via. Lei è costretta ad assumersi l’impossibile responsabilità di morire con dignità, mentre lui si assume l’impossibile responsabilità di non riuscire a salvarla.
È un meccanismo narrativo brutalmente efficiente. Ci ricorda che l’innocenza non si perde in un singolo evento traumatico, viene fatta morire di fame, giorno dopo giorno, fino a quando il bambino è costretto a guardare il mondo con gli occhi spenti di un adulto, pochi istanti prima di lasciarlo.
Di solito concludo questi post con una battuta o un’analogia intelligente. Oggi non ne ho una. Questo film mi ha spezzato nel 2025 tanto duramente quanto mi avrebbe spezzato nel 1988.
